Lunedì, 18 Marzo 2013 15:35

Presentazione della collana di Lingue sempre meno straniere

 Presentazione della collana*

“lingue sempre meno straniere”

Danielle LÉVY


Immaginiamo l’incontro del nostro potenziale lettore o di qualche eventuale autore con la nascente collana e il suo legittimo interrogativo che cosa sono le lingue sempre meno straniere? E perché sempre meno?

Cercare un titolo per una collana rappresenta per chi ne prende l’iniziativa un occasione piacevole ed eccitante: tutto è aperto, possibile e deve essere nuovo, diverso, stimolante. Ma presto ci si scontra con le centinaia di proposte già attivate, operative, spesso ottime e si è colti dallo scoraggiamento per lo scrupolo della ridondanza nel creare una nuova collana di didattica delle lingue che rischia di essere “nuova” solo nel senso della ripetitività e non dell’innovazione…
Il venire alla luce del primo volume della collana mostra che, come i nostri predecessori e probabilmente come lo faranno i posteri, abbiamo superato la crisi iniziale e lanciato sul mercato la ennesima - ma non ultima - collana di didattica e di educazione linguistica; questa si vuole confortata a monte dalla ricerca e dalla formazione nonché da una visione delle lingue nel contesto internazionale ed ha l’ambizione di arricchire, a valle, la ricerca, la formazione e la visione “politica” delle lingue e dei parlanti.

“Sempre meno straniere”: un dato di fatto incontestabile, poiché la mondializzazione dà a vedere ambiti finora ignoti attraverso i media, i percorsi virtuali, la mobilità delle persone.
Inoltre, si percorre lentamente ma virtuosamente la strada che porta al riconoscimento del patrimonio multilinguistico di ciascuno - noi sappiamo che nel mondo sono infinitamente più numerosi i plurilingui rispetto ai monolingui e che è stata l’ideologia della lingua unica sostenitrice della costruzione della nazione, la quale a sua volta la legittima, ad averci messi in guardia per secoli contro la tentazione di Babele - anche se questo patrimonio è imperfetto, incompleto, fatto di competenze parziali come oggi si dice, di grandi e di piccole lingue, di dialetti e di codici talvolta in pericolo di vita. Ma “sempre meno straniere” vale qui anche come augurio per tutti noi.
E, perché le lingue lo siano veramente, c’è da intensificare e approfondire il loro studio, le loro condizioni di produzione e di elaborazione, la conoscenza e l’ambito culturale di coloro che la parlano, quelli che le studiano, gli educatori, i politici, i detrattori: la lista è inesauribile!
Prima di procedere chiediamoci se è un bene che le lingue - le persone, le nazioni o quel che ne resta - diventino sempre meno straniere. Non si corre il rischio di perdere l’attrazione, l’emozione davanti all’ignoto? La familiarità non porta con sé la noia del déjà vu, déjà vécu? Non vorremmo rispondere in maniera semplificatrice ma affermiamo che qui si mettono radicalmente in discussione i due binomi “attrazione dell’ignoto vs noia del conosciuto” e “paura dell’ignoto vs conforto nel familiare” e l’opposizione che essi racchiudono. Sono componenti e processi reali e necessari nell’approdo alla realtà ma le strade non si escludono in termini così manichei.

Questa collana si propone di far coesistere - senza pertanto esprimere un ordine di valore o delle priorità cronologiche - la pratica educativa linguistico culturale e la ricerca considerata come permanente ed affidata a tutti, dallo studioso istituzionale all’insegnante di terreno, all’agente sociale, a tutti coloro, educatori ed educati, che ad un momento o l’altro del loro percorso s’interrogano sul ben fondato della loro pratica e della loro riflessione, si espongono alla prova della realtà, assumono il rischio di sovvertire le loro teorie o la loro pratica, di sottoporre sempre l’ideologia all’idea, di subordinare la loro coerenza ed i loro principi ai fatti, di udire le voci individuali, talvolta deboli, sempre disturbanti che non trovano nell’istituzione educativa e politica riscontro o possibile dialogo.
Per raggiungere il suo obiettivo, la collana, dal suo primo volume**, vuole accogliere autori provenienti da orizzonti disciplinari e formativi vari, di lingue diverse - il volume stesso non dovrebbe essere infatti monolingue - aventi in comune il desiderio di avvicinare le persone attraverso la formazione linguistica e contemporaneamente di addentrarsi nella la diversità senza domarla, facendo dell’alterità la condicio sine qua non dell’incontro nella società civile. Così si spiega perché abbiamo usato il corsivo per sempre meno: per non ricondurre a sé o alienare al globale l’esperienza dell’altro.
Nelle righe che seguono abbiamo cercato di dare rilievo al perché delle scienze umane e sociali nel riportare la didattica delle lingue e delle culture in una posizione più centrale nel progetto educativo oggi europeo ma presto internazionale; all’utilizzo di concetti “trasversali” a più discipline e al loro inserimento nelle azioni didattiche ed educative.

Benché lo studio delle lingue e la loro trasmissione didattica riconoscano il loro debito alla linguistica applicata si va oggi operando uno “svezzamento” e si conquista un’autonomia, per taluni quasi euforizzante - perché il campo d’investigazione tematico e metodologico si allarga - ma per altri un po’ inquietante perché si mettono nuovamente in discussione le frontiere (epistemologiche ma anche accademiche) di un campo che si è costruito a fatica tra le discipline “da insegnare” e le direttrici della pedagogia.
Da alcuni decenni ed in Europa in particolare*** la didattica delle lingue si è spostata dalla periferia dell’insegnamento e tende ad una posizione centrale e anche diramata che si dispiega nella formazione degli individui, tanto nel contesto scolastico che lungo tutta la vita. La formazione alle lingue straniere contende alla formazione mediante le lingue e all’educazione alla cittadinanza in senso lato le funzioni della didattica; la dimensione culturale dell’insegnamento/apprendimento delle lingue declamata e ridondante nei testi e nei programmi ufficiali ha trattenuto l’attenzione di numerosi studiosi della didattica e, considerata da un punto di vista antropologico, essa varia (ossia cambia, riflessivamente, e modifica, attivamente) lo spazio dell’insegnamento, della formazione dei docenti e degli stessi formatori, della riflessione nel campo della didattica delle lingue per diventare parte costitutiva delle discipline linguistiche.

Tali propositi si possono tenere per la sociologia, la psicologia, le discipline legate alla politica e all’organizzazione delle persone se consideriamo che la dialettica tra l’individuo e il legame sociale caratterizza gli ambiti dell’educazione, del sociale, del politico. Tanto più si potrebbe dire lo stesso per la storia e la geografia nelle loro infinite declinazioni secondo i luoghi, i tempi, i sistemi d’insegnamento.

La didattica delle lingue e delle culture trova una fonte autorevole nei maestri dell’antropologia moderna che elogiano il “bricolage” ossia la presa a prestito, purché sempre dichiarata e mai occultata, di altre scienze e di processi d’investigazione estranei alla loro disciplina: infatti si cerca da una quindicina di anni di chiamare altre discipline nelle ricerche didattiche e di aprirle a nuovi campi. L’insegnamento e gli insegnanti, in modo più intuitivo che consapevole, lo hanno da molto più tempo o forse da sempre integrato nella pratica.

I risultati sono interessanti ma disseminati e la ricerca in didattica cerca oggi di mettere in luce alcune nozioni relativamente nuove nel nostro campo e di coniugarle con lo studio delle lingue, l’insegnamento linguistico, la formazione. Ne citeremo alcune come le istituzioni, le appartenenze, gli “spazi terzi”, i mediatori e la mediazione, i discorsi politici sulle lingue, i concetti di distanza e di prossimità, la soggettività e le biografie individuali; esse s’incontrano con le categorie tradizionali della didattica come il discente, il docente, il parlante, le istituzioni scolastiche, le competenze, i materiali didattici e vengono interrogate, come lo si diceva, da discipline eterogenee all’approccio consueto come l’antropologia, la storia, la psicanalisi, il diritto, le politiche, le scienze dell’educazione, i cultural studies, i gender studies e, ovviamente, la linguistica e i suoi derivati sempre meno in prospettiva monolingue ma da tempo in prospettiva comparativa che relativizza le lingue ed il loro punto di partenza, rivisitando le categorie dell’evidenza, dell’arbitrario, del naturale.

Ne è conseguente la comparsa di nuovi concetti che qualificheremo come “trasversali” ai campi e alle aree delle categorie precitate: complessità, pluralità, processi, plurilinguismo, risorse, competenze, rappresentazione, coesione, reciprocità - e tanti altri - vengono “dinamizzati” da azioni o atteggiamenti come la stereotipizzazione, l’opposizione vs la cooperazione, l’approccio, la comparazione, la mediazione, il trasferimento, la distanziazione - e la lista è ancora molto lunga! - che funzionano diversamente a seconda dei contesti geografici, storici, linguistici dello studioso-docente e del suo discorso.

Le discipline citate ed interferenti - non abbiamo né la pretesa di dare regole per l’interdisciplinarità né pretendiamo l’esaustività, anche perché si constata che secondo i paesi, i tempi, le mode, alcune sono più focalizzate ed altre non - penetrano in modo fecondo la didattica delle lingue e delle cultura no appena questa ultima si pone all’ascolto del cambiamento sociale e politico; nello spostare i punti di vista e nel decentrare le priorità, essa mette in atto delle problematiche inedite e ne fa presentire l’evoluzione. Il campo della didattica interpellato dall’atteggiamento dello studioso appare come particolarmente propizio all’elaborazione di tali processi.

La didattica - e chi la studia - avanza a causa della sollecitazione dell’ambiente nel quale opera, al quale reagisce, che lo istituisce nel presente e contribuisce alla sua evoluzione. I suoi ideali, la sua cultura pregressa, colta e antropologica, lo conducono a convocare in priorità ma non definitivamente alcune scienze umane o sociali nelle quali si diletta, in senso nobile.

Una visione dell’interazione tra una ricerca empirica, una pratica d’insegnamento, dei concetti sempre rivisitati ci impedisce di gerarchizzarli secondo un modello top-bottom dove la posizione subalterna sarebbe assegnata alla pratica. Che si tratti di saggistica e di riflessione teorica, di manualistica, di materiali multimediali o di progetti e programmi che associano le lingue, di esperienze biografiche nelle lingue, tutti sono invitati secondo i loro talenti a partecipare alla costruzione di questa rinnovata didattica, purché ci si muova da un comune interesse allo scambio tra la speculazione in laboratorio e la risposta costruita sul terreno.

Che una didattica delle lingue nella società globale che si legge e che si pratica alla luce di tale “bricolage” disciplinare cercando di tenere in conto variazioni e varietà ma anche comunicazione ed interiorizzazione delle lingue e delle culture sia mostrata da parte del comitato di lettura della collana **** come il suo modesto ma determinato atteggiamento volto a renderle - e a rendercele - sempre meno straniere.

Un ringraziamento particolare va a Francesca Vitrone, per aver seguito i contatti tra la curatrice e l’editore e al nostro editore che si è assunto il compito di seguirci in questa impresa, condividendone lo spirito innovativo e operando con professionalità per dare al nostro “bricolage” una veste tanto di agevole consultazione quanto - ci auguriamo - gradevole al lettore.

* Testo redatto dalla direttrice della collana Danielle Lévy, in occasione della pubblicazione del primo volume (2006).

** AA.VV. 2006 Da una a più discipline, da una a più lingue. Ricerca, insegnamento e formazione per una didattica delle lingue - sempre meno - straniere (D. Lévy, ed.) Porto San Elpidio, Wizarts.

*** ma non solo: molte realtà educative dei paesi detti terzi, in precedenza calcate sul modello coloniale, oggi riconsiderano l’apporto attuale dei sistemi educativi che furono di riferimento forzato proprio perché questi ultimi, una volta persa l’egemonia, nel processo di sopravvivenza e di necessario e complesso legame con i paesi dominati, furono i pionieri di una didattica plurilingue, di riconoscimento delle minoranze, non indifferente alle realtà sociali e politiche dei paesi “in via di sviluppo”.

**** il comitato di lettura della collana, sotto la responsabilità di Danielle Lévy (Macerata) si è costituito in origine con gli autori del primo volume: Arianna Benenati (Roma), Edith Cognigni (Macerata), Germana Govoni (Ferrara), Danielle Londei (Bologna), Nazario Pierdominici (Macerata), Francesca Vitrone (Macerata).
Ad essi si sono aggiunti Aline Gohard Radenkovitch (Fribourg, CH), Geneviève Zarate (Paris), Pilar Gómez Manzano (Madrid).
Inoltre il comitato è sostenuto dal Dottorato di Ricerca in “Politica, Educazione, Formazione linguistico-culturali”, dal Centro Linguistico d’Ateneo C.L.A. dell’università di Macerata, dall’Associazione DoRiF-università, dal Laboratorio di ricerca “Percorsi linguistici ed indagine biografica”, dall’équipe internazionale dell’opera “Critical Handbook of Multilingualism and Multiculturalism”.

 

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